La Pattuglia

"Ma quanto cazzo ci mette - pensò Evelhin - è entrato da almeno un quarto d'ora". Era il suo primo giorno di servizio. Il suo primo giro di pattuglia. Ripensò al motivo della chiamata: 10/32. Mentalmente fece scorrere la lista delle procedure 10/30, 10/31, 10/32: atti di vagabondaggio.- "20 minuti, è dentro da 20 minuti" - si disse. Era nervosa.
Aveva fatto buio da un paio d'ore ed era stanca. Voleva solo farsi una doccia ed andare a dormire. Ora capiva come si sentiva suo padre quando tornava a casa e non aveva voglia di giocare con lei. Ora provava le stesse cose ... e forse era proprio per questo che aveva seguito le orme del padre. "Povero papà" - pensò. Ora sarebbe in pensione se ... se ... - esitò un momento. Una grossa lacrima le scivolò lungo la guancia cadendo sulla camicetta celeste di cotone formando un alone più scuro. Scacciò quei pensieri dalla mente guardando fuori dal finestrino: grosse nuvole cariche di pioggia si addensavano nel cielo. Riguardò l'orologio: "Adesso lo chiamo". La radio si accese con un rassicurante - CLIK - e un gracchiante rumore inondò l'abitacolo, una vecchia dodge del 80'. - RRRRRR - Charly..... -RRRRR - Charly......
- RRRRRR - Charly rispondi sono io Evelhin - RRRRR - Nessuna risposta. -"Guarda che stronzo vuoi vedere che mi sta facendo uno scherzo?"- pensò. Guardò fuori verso un vecchio palazzo ormai abbandonato. Sopra l'ingresso si poteva ancora leggere scritto con grosse lettere scolorite - HOTEL VESUVIO - Fuori la pioggia aveva cominciato a cadere e iniziavano a formarsi grosse pozzanghere. " Basta adesso entro". Si aggiustò la coda di cavallo, spostò dal volto una ciocca di capelli rossicci, si mise il cappello e uscita dall'auto fece una breve corsa fino ai gradini dell'edificio
cercando di evitare le pozzanghere. Una calda pioggerella estiva le bagnò le spalle mentre si fermò ad osservare il palazzo che da quella posizione sembrava ancora più minaccioso. Salì i gradini a due a due con un misto di nervosismo e curiosità. Spinse la porta che si aprì con fatica. L'interno era buio e c'era un forte odore di marcio e di chiuso. La luce dei lampioni e delle insegne filtrava a fatica tra le assi che erano state inchiodate alle finestre. Appena i suoi occhi si furono adattati alla penombra si fece coraggio, scavalcò un cumulo di macerie e spazzatura che ostruiva il passaggio fece qualche passo poi chiamò: "Charly..... Charly..... dai lo so che è uno scherzo ma ora non sono dell'umore gius.."-KRAC- un rumore sordo proveniente dal fondo del corridoio. - "Ti ho trovato"- pensò e con soddisfazione si avvicinò al rumore per sventare lo scherzo. Percorse tutto il corridoio guardando con attenzione dentro ogni stanza che incontrava. Le stanze erano in uno stato di totale abbandono. Tuttavia a giudicare dagli oggetti che c'erano si poteva affermare che molte erano "abitate". Ora però a quanto pare non c'era nessuno. Arrivata in prossimità del rumore si fece più furtiva. Si accostò allo stipite della porta e dopo un momento balzò all'interno della stanza. Il suo sorriso beffardo e sicuro si tramutò in pochi istanti in una smorfia d'orrore. In un angolo della stanza
accovacciato si trovava Charly. Dal suo torace fuoriusciva un tubo di 15 cm di diametro che lo teneva letteralmente inchiodato al muro. Dallo squarcio una colata di sangue si riversava a terra formando una pozza purpurea. Una violenta nausea attanagliò lo stomaco di Evelhin. La sua mente fu sconvolta dal panico, il terrore si impossessò di lei. Vacillò e appoggiò una mano al muro sudicio per non cadere, lo stomaco non le resistette e le si svuotò tutto per terra contro la parete. Mille pensieri le affollarono la mente. Doveva andarsene. Doveva lasciare quel posto. Senza voltarsi si diresse barcollando verso la porta. Sulla soglia si stagliava la figura di un uomo. Presa dal panico estrasse la pistola di ordinanza e la puntò contro l'uomo intimandogli con voce isterica di non muoversi. Per quanto ne sapeva poteva anche essere stato lui. L'uomo non fece una piega. Rimase immobile in attesa. Evelhin cercò di ricomporsi quel tanto che bastava per mostrarsi decisa e si avvicinò con l'intento di ammanettarlo. Quando fu abbastanza vicina da poterlo agguantare distolse l'attenzione dall'arma e la rivolse alle manette appese alla sua cintura -fatale distrazione- l'uomo con uno scatto quasi felino la agguantò alla spalla e la sollevò di una trentina di centimetri con la forza del solo braccio sinistro. Evelhin gridò per il dolore della stretta ma senza perdersi d'animo esplose due colpi contro l'aggressore. Restò di stucco quando vide che i colpi lo avevano passato da parte a parte e lui non aveva fatto una piega. Era sconvolta e incredula per quanto aveva visto. L'aggressore tramutò il suo sorriso beffardo in uno dispiaciuto: "non avresti dovuto farlo". Così dicendo le afferrò la mano con l'arma sempre tenendola sollevata da terra. Lentamente ma senza sforzo iniziò a piegarle il braccio verso il suo petto. Evelhin cercò di opporre resistenza con tutte le sue forze ma non riusciva a spostare quel braccio neanche di un millimetro. Inesorabile l'arma le si avvicinava al torace ma non poteva farci niente. Iniziò a piangere sia per il dolore della stretta che per la paura,
sentì il dito dell'uomo schiacciare il suo contro il grilletto. Il contatto con la mano dell'uomo la fece rabbrividire ancora di più. Alla fine esausta si arrese, lasciò che il dito cedesse sotto la forza dell'uomo: -CLIK- BOOM -CLIK- BOOM -CLIK- BOOM- la pistola esplose tutti i dodici colpi rimasti contro il suo petto. La presa si allentò ed Evelin cadde a terra. Faceva fatica a respirare e sentiva un forte dolore al petto. Sentì un sapore amaro e familiare in bocca. Rantolò e sputacchiò sangue. Con ribrezzo guardò al petto non capendo la situazione. Secondo la logica con dodici colpi
in pancia sarebbe dovuta essere morta. Fu un attimo, ripensò a quella mattina e si ricordò che Charly le aveva fatto indossare il giubbotto antiproiettile- là fuori è una giungla, non sai mai chi puoi incontrare- le aveva detto-. Respirando faticosamente ringraziò DIO e fu felice di scoprire di essere ancora viva, magari con qualche costola rotta ma viva. Purtroppo la sua felicità durò poco perché la voce dell'uomo interruppe i suoi pensieri riportandola alla realtà.- "forse era meglio per te se il giubbotto non lo avessi avuto"-. Così dicendo raccolse una spranga da terra e sorridendo le si avvicinò.

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